Wilder Mann stories – chapter 8 wild ghost

chapter 8
wild ghost
legno di castagno 48×28,5×68 cm
2019

 

Breathe

Non si giunge al cielo che passando dalla terra.

In realtà questo esodo (nelle solitudini individuali: c’è un uomo, non una razza: esse può scendere e sprofondare, lui può salire, o andarsene), questo sollevamento dell’uomo (ancor vivo) dalla crosta, è effettuato artificialmente: è un momento dell’argano critico.

Dapprima (1) l’uomo in natura, un respiro unico e lento, la compresenza: lo riguardiamo – con nostalgia? Piuttosto, con un risentimento di pietra, dolce (colpito) e feroce (è scosso, pensa, progetta e reagisce).

In seguito (2), nella coltura di razza, la scissione, il primo distacco, la perdita, l’accelerazione dei moti, la concitazione formicolante, il dilagare della deiezione.

Quell’uomo uscito in timore dal brodo, lentamente rafforzatosi e protettosi dal cielo con gli scudi gli dei e i giganti, sale la montagna per veder lungo, abbraccia l’orizzonte. Ma, mentre guarda lontano, prende ad azzuffarsi con sé stesso, si confonde, perde il contatto, allontanandosi così per gli spazi, spazi che, al tempo stesso, ha trovato e posto – spazi che gli son sfuggiti.

Scendendo il crinale, scivola e batte, la testa si apre, ne esce del muco.

La terza fase (3), quella del rifiuto consapevole, della rivolta muta, dell’allontanamento dall’allontanamento: dai fragori. Del rintanamento, anche.

In questa disciplina ombrosa, la caustica visione del consorzio smembrato, del folle affollamento, dello scollamento dell’anima (per non dir delle comunità) dalla terra, lascia posto al silenzio, che non coincide con rinuncia: è la denuncia. E’ lo scostamento, l’estraneamento, la ricerca di un amnio nuovo, in cui crescere un uomo nuovo, appartato certo: ma non isolato tra i molti. Non perduto nel silenzio del clamore pervasivo, che riempie le conurbazioni, le teste, gli orecchi degli uomini, deprivandoli, e rendendo loro faticosa, oramai impossibile, la respirazione persino.

Negli anni, lo sbozzamento di questo uomo nuovo, antico, un pensiero, un mestiere (il mestiere deve venire sul pensiero); che sorge per risorgere, e per far questo deve appartarsi, nel silenzio e nel buio di un antro o dei boschi, umidi e ombrosi. Lo sbozzamento di questo uomo liberato, rifugiato, uscito. Questo sbozzamento non è sorto repente: è venuto compiendosi, evolutivamente.

Dapprima furono grandi figure angelicate, tra le altre, che provavano a spiccare il volo dalla terra: ma il corpo loro legnoso era nella roccia, e già (ancora) era tardi: avvinti, quegli alati non potettero sollevarsi (2009).

Ma alcuni volti già, quelli puri delle anime aliene al trambusto, e quelli concentrati dei giovani ribelli, ostativi (soldati), giungevano (dal 2008).

Ecco la StihlPsychologye: la dolcezza che sgorga dalla pietra, che è un legno.

Si volsero dunque i ragazzi alla foresta, e quello fu il primo esodo: Back to the forest. Il ritorno all’origine, la fuga dal centro infocato (sfocato). Chi rimaneva nella città, ti fissava invece cupo, lo sguardo fermo come il corpo, non in un’attesa: in un’opposizione statica di macigno, tenace, che si carica (2015), perché non par votato né al brillamento, né all’implosione.

Ma se il bosco è l’habitat, esso sta nel cranio e nel corpo immerso, e la respirazione lo porta fuori. Sempre, nel palpito e nel silenzio della selva ritrovata, l’uomo nuovo, solo ma presente (non più sperduto), alza lo sguardo a notte, e tra le chiome coglie le stelle (che eran scomparse).

Per questo, agli alberi si fan globi siderali (2016).

A quel punto, il peso si riduce, la massa attagliata a terra, prigionata, può liberarsi. E’ il primo respiro leggero, sorso d’aria libera: ma è stato necessario sganciarsi dal suolo.

E’ qui che inzia Breathe: che quindi era iniziato ben prima: ogni cosa fonda si fonda, la notte non è supina, né arida (le acque interiori).

La tuta spaziale: in questo caso non protegge l’uomo dalle radiazioni cosmiche, ma da quelle terrestri.

Le ossa degli uomini si erano già assottigliate, come il loro pensiero, fattosi flebile, i polmoni ingravati, prime dispnee.

E insomma, l’abbiamo detto, si va fuori leggeri, abbandono e rifiuto e liberazione, il peso dell’esserci trova rifugio nella levitazione, si riducono le pressioni, si ritrova lo spazio franco, si riduce la tensione degli apparati, si guarda il mondo perduto con un fremito curvo, ben sapendo che quest’andar fuori non è extasi, ma la presa della distanza minima.

Il primo grande astronauta fu in ambiente (2017), a Fanes, alto stagliato, nello spazio aperto.
Da lì la prospettiva è cambiata, che poi grande non si sa cosa sia, se non una relazione posta dal piccolo.
Non pesa meno dunque, questo volitante contenuto in teca, sospeso nella ferma tempesta dei meteroriti, e già ci ricorda una camera d’aria, un sacello respiratorio.

Gli altri si fronteggiano, sulla crosta lignea della terra-foresta, ceppo-orizzonte degli eventi, e stanno (lo dicemmo già: determinati stanti).

La disperazione degli esploratori cosmici è un preludio alla sala palingenetica, dove si cerca la possibilità di favorire il principio di germinazione alchemica del novello uomo del mito, selvatico, ancestrale: proiettato.

Questo abitatore fermo, a monito, e nella dignità della postura eretta, non guarda avanti dritto e un po’ basso (come i cosmonauti fatti ottusi dall’elmo). Anza invece il mento e profila lo sguardo su un’orizzonte possibile. Dilata il torace, lo riempie, apre lo sguardo su una curva più ampia, aurorale.

Gianluca D’Incà Levis, giugno 2019

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